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Filippo Scimeca - Scultore e Pittore
Palermo, ottobre 2003. di Giusi Diana


Un'attività artistica ormai trentennale, una vasta produzione di opere e prestigiosi riconoscimenti (è titolare della Cattedra di Scultura all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano), non hanno tolto a Filippo Scimeca la stessa ferma volontà di sperimentare e di evolversi che aveva agli esordi.
Nato a Baucina, in provincia di Palermo nel 1945 ha insegnato per anni Scultura all'Accademia di Belle Arti di Palermo, trasmettendo a migliaia di studenti il suo amore per l'arte.
Nella recente monografia a lui dedicata "Palermo-Milano e Oltre 1968-2003", edita da Ariannna Sartori, l'artista si dichiara pronto ad accogliere i nuovi stimoli provenienti dall'ambiente culturale di Milano, città in cui da qualche anno vive.
Una convinta quanto entusiastica dichiarazione d'intenti con cui Scimeca si rivela artista colto e intelligente, capace di mettersi continuamente in discussione, riflettendo sui vertiginosi processi trasformativi cui l'arte d'inizio millennio, e non solo, sembra averci abituati.
Essere recettivi e aperti al cambiamento quando esso è foriero di contenuti autentici non vuol dire però abbandonare un percorso di ricerca che si è intrapreso con convinzione scegliendo un proprio insostituibile mezzo espressivo.
Scimeca è innanzitutto uno scultore, uno di quelli che interviene sulla materia per trarne una forma cui corrisponde un contenuto lirico, sia esso legato alla narrazione, o totalmente svincolato da essa.
Le sue sculture gli assomigliano, sono forme solidamente costruite che dialogano con lo spazio tramite straordinarie quanto inattese aperture.
Si veda ad esempio "la famiglia" una scultura del 1976 in cui il gruppo formato dai tre personaggi, che non è altro se non l'inscrizione nello spazio di due linee di forza semiellittiche, ha il proprio baricentro costruttivo attorno a quel vuoto formato dalla torsione del busto e dal braccio della donna.
E sempre lo spazio, (questa volta inscindibilmente legato all'altra fondamentale categoria dell'universo scimechiano, il tempo), si fa cosmico, fino a divenire, nelle pitture, ultraterreno.
Tele buie, da notte primordiale, in cui viaggia la luce, scomponendosi e ricompensandosi in molteplici frammenti cromatici. E' il momento in cui si manifesta la coscienza intuitiva, pertanto "Il divenire del tempo", è uno dei tanti percorsi intuitivi che porta l'artista ad indagare il mistero che "il tempo altro non è che la determinazione del movimento".
Sono tappe di un processo intuitivo che attraverso la pittura cerca di indagare con l'ausilio di categorie filosofiche ciò che gli interessa di più, la metafisica.
In "frammento dell'anima cosmica" quel tutto unificatore di cui l'artista va spasmodicamente alla ricerca nei suoi viaggi siderali si palesa tramite un frammento di luce. E ancora la luce ne "il valore dell'anima" rivela con l'armonia di lirici accordi cromatici l'appartenenza della parte al Tutto, in una sorta di canto beatificante.
Nelle ultime opere realizzate a Milano, lontano dalla sua Sicilia, la luce, dopo gli arditissimi voli astrali, torna a farsi umana e terrena nello struggente canto alla bellezza della proprio terra.
Lo si vede in quel fondo blu de "La luce della mia Trinacria" dove una svaporante sensualità suggerisce profondità marine più che celesti, e la tersa scomposizione cromatica è quella dello scintillio della luce che attraversa le onde.
Lo stesso vale per "la mia Etna" in cui il buio dello sfondo è quello degli abissi aperti nelle viscere della terra, vertiginose profondità da cui ancora una volta emerge la luce, sotto forma di rivoli di fuoco e di magma incandescente. Un omaggio all'energia vitale dell'isola che riconsegna le vibranti tele di Scimeca ad una dimensione più profondamente terrena.

 
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