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Filippo Scimeca - Scultore e Pittore
Filippo Scimeca - Alcune Critiche
Filippo Scimeca e il giuoco dello spaziotempo nell’arte
Milano, settembre 2010.
di Rolando Bellini

Filippo Scimeca è un artista di lungo corso (“ho dedicato all’arte la maggior parte della mia vita – confessa – […] sempre alla ricerca della luce”), con monumenti, mostre personali, una miscellanea di critiche al proprio carico, ed è anche un autentico maestro pedagogo che ama citare ai suoi studenti Eraclito e Parmenide, Platone e Aristotele, e che ha svolto per anni e anni questo duplice e complementare ruolo con la stessa passione, con la stessa meticolosità e intelligenza che Paul Klee ha impiegato nella Bauhaus di Gropius, lavorando in accademia, l’attuale Accademia delle belle arti italiana. La sua “scuola” è stata, sempre, un laboratorio formativo autentico sin da quando ci siamo incontrati in quest’istituzione decisamente inattuale, nel senso nietzscheiano del termine, a Torino, a Milano.
La sua cattedra di scultura ha cercato di applicare costantemente, oltre a verità scomode (“Il senso della forma oggi non è più quello che è stato nel tempo passato, ma si è arricchito”), due principi apparentemente contraddittori: la geometria, da quella di Euclide a quella di Hilbert, per esempio, in una incessante revisione e modificazione d’ogni paradigma e la poesia che gode d’una propria e diversa metrica, d’una intima armonia di segno un po’ diverso, saldate da un intento compositivo teso a costruire spazio e forma ora secondando la costante presenza della sezione aurea che è in tanta parte della natura e ora, piuttosto, negandola recisamente per portare fuori e rivelare ciò che altrimenti resterebbe nascosto.
Questo mi fa venire in mente un notevole sforzo editoriale firmato alcuni anni or sono da Paolo Portoghesi, così come mi fa ricordare alcuni pensieri su l’arte e lo spazio di Martin Heidegger. È una fortuna insperata, quest’attingimento subitaneo mi consente un atto liberatorio: quello di allontanarmi in modo adeguato sia da quanto ebbi occasione di scrivere, un po’ di tempo fa, sul conto di Scimeca, sia da quanto hanno già scritto di lui autori impegnati (e impegnativi come Francesco Carbone, autore di un testo illuminante che risale al 1988) in un arco di tempo lungo e operoso, nel corso della sua carriera d’artista. Ma forse farò un’eccezione. Anzi, debbo. Toni Toniato, scrivendone nel 2004, arriva a sostenere – sommando le due attività complementari di Filippo, pittura e scultura, dietro cui (ma volevo dire: dentro cui) sta il disegno – che: “Lo stesso impianto geometrico che sorregge le fluttuazioni luminose esplicitate nei dipinti eseguiti negli ultimi anni deriva in un certo senso dal rigore costruttivo che l’artista aveva declinato con le sculture, già decenni prima, in pronunce di razionale strutturazione tra la corporeità massiva dei volumi, squadrati sulla base di stilemi variamenti introdotti da Wotruba e Moore, e il dinamismo aereo della linea, sulla direzione tracciata da Calder e Cappello, suo maestro, quest’ultimo, durante gli anni dell’Accademia a Palermo”. Una bella sintesi della parabola artistica del nostro. Arriva a concludere Toniato: “la geometria per lui non è, intanto, quella euclidea ma semmai post einsteniana, a partire dalla recente teoria delle stringhe, quindi si coniuga con le più avanzate ipotesi della fisica moderna. In ogni caso si affida a una visione cosmologica, tradotta in un morfologismo di affascinanti rimandi immaginativi e simbolici alle realtà, ancora misteriose, dell’universo”. Tanto che “la sua nozione di oltre tende, nella sua poetica, […] a scandire il farsi dell’immagine, a ritrovare dentro l’armonia di quei magnetismi visuali la riflessa dimensione di un trascendimento, portando lo sguardo sulla soglia dell’invisibile”.
In buona sostanza questo – proprio perché sostenuto da altri e perciò dotato d’una certa estraneità od oggettività (un come volevasi dimostrare, insomma) – favorisce le argomentazioni congetturali che seguono e che rappresentano una personale riflessione focalizzata su questioni centrali alla scultura, di ieri e di oggi, quali mi pare vengano riproposte proprio dagli enti di Filippo Scimeca, per le ragioni esplicitate o perlomeno alluse in quanto sin qui detto e per altre che sovverranno.
Debbo aggiungere che quanto vado congetturando muove da reiterati incontri con Scimeca, da nostre assidue frequentazioni e condivisioni, dalla lettura dei suoi pensieri aderenti e tutti motivati dal “fare”. Dalle annotazioni critiche d’altri (come il “viaggio dentro la materia” di Roberto
Presicci, 2003), dall’impegno suo speso, nel solco di una tradizione che per esempio con Giancarlo Marchese, del quale eredita la cattedra a Brera, si fa continuità cogente, nell’educare all’arte.
Quanto impegna la sua ricerca dopo una certa data e soprattutto negli ultimi anni – le opere in mostra – è il tentativo, sono parole sue, già sperimentato ma sempre interessante e difficile da realizzare, di rompere la staticità paralizzata dell’attimo. Da qui l’utilizzo – è sempre Scimeca a dirlo – di più punti di fuga, che genera linee virtuali di forza in corsa verso spazi diversi, in grado di trascinarti percettivamente da un punto di fuga all’altro, in un viaggio cosmico focalizzato attorno alla grande diagonale d’una metaforica Via Lattea. Ebbene, Heidegger, nel 1964 (
Raum, Mensch und Sprache), ragionando a San Gallo, in Svizzera, delle opere di un artista (Bernhard Heiliger) osservava che l’uomo non è nello spazio come un corpo. L’uomo – egli dice – è nello spazio nel senso che dispone dello spazio. Lo vive e l’arte, parimenti, in quanto attività dell’uomo – forse la sua espressione più autentica (mi sto allontanando da Heidegger in direzione di Lootmann) – soggiorna anch’essa in questo spazio, ne è parte e concorre poi, nei suoi termini, a fare spazio, mostrando l’invisibile. Padre Pozzi direbbe l’invisibile e dunque l’indicibile.
Aristotele – torno allo Heidegger – parla di portare-fuori-da, argomenta dunque di una rivelazione. L’essenzialità dell’arte è più filosofica di quanto non si creda ed è poetica, una rivelazione. Ogni singola opera d’arte, in quest’ottica tanto intrisa di pensiero e parola nietzscheiana, parrebbe allora affermare con Martin Heidegger: “Più filosofica della scienza e più rigorosa, ossia più vicina all’Essenza della Cosa stessa, è l’arte” (Philosophischer als die Wissenschaft und strenger, d.h. näher am Wesen der Sache – ist die Kunst).
Nell’ottobre del 1969 Heidegger è tornato sul tema
Die Kunst und der Raum; in occasione di un’altra vernice, (di Erhart Kästner) rielaborando il precedente intervento. E qui egli argomenta della scultura come di un’apertura verso possibili luoghi dell’abitare, verso altre entità spaziali in cui le cose congegnate dagli uomini e questi ultimi possano dimorare animando, viene sotteso, una articolazione dinamica e plurale dello spazio. Quella stessa concepita e azzardata fattivamente da Filippo Scimeca.
“Die Plastik: die Verköeperung der Wahrheit des Seins in ihrem Orte stiftenden Werk”. La scultura: il farsi corpo della verità dell’Essere nella sua opera instaurante luoghi.
Filippo Scimeca, lo ha scritto, lo ha insegnato a generazioni d’allievi-artisti, me lo ha ripetute più volte, considera il proprio “fare” un atto di amore. Le sue parole (date alle stampe nel 1994, nell’agile catalogo monografico
Il divenire del tempo) suonano esattamente: “un atto di amore, una collaborazione con il creatore al completamento del mondo”. Vi è dunque assonanza con il filosofo tedesco. Inoltre. A epigrafe od antiporta alla propria confessione del ’94 Filippo ha riportato in italiano un pensiero di J. L. Borges, in italiano perché evidentemente così lo sentiva più suo. E dunque io stesso lo riporterò tale e quale, sottintendendo un ipotetico coro, le voci recitanti, all’unisono, di Borges e di Scimeca: “Io ricerco il benessere della libertà del mio spirito”.
Pronunciamento che può essere ascritto all’essenza dei suoi elaborati, soprattutto gli ultimi che aprono la strada a nuove, imminenti o per meglio dire già germinanti ricerche sia pittorico-cromatiche (non prive dunque di istanze Bauhaus, Max Bill su tutti) sia plastiche (ancora gli scultori Bauhaus con, in più, un filtrato ricorso a Brancusi, i già riconosciuti richiami a Moore, una costellazione di riferimenti più rarefatti). Ma pronunciamento che sottende anche il tormento di un incessante interrogarsi sulla forma, sullo spazio e sul tempo. Non più solo nell’accezione heideggeriana, ma implicando anche Henri Bergson, l’elan vital bergsoniano qual è declinato da successive elaborazioni sia filosofiche che artistiche, che poi, in fondo, sono la stessa cosa, o no? Vi è un divenire – dichiarato anche a parole, con grande semplicità, da Scimeca – nella sua arte, che somma spazio a tempo, che si manifesta nelle vibranti dinamiche diagonali delle sue opere, nel serrato movimento interno ad esse (ora plastico, ora cromatico), nell’intreccio delle linee-forza elaborate su differenti paradigmi (ora De Stijl, ora piuttosto il Futurismo, ora cert'avventura Op art ecc.) che più si evidenziano nei rari ma intensi disegni in cui saresti tentato di riscontrare echi remoti: Boccioni e van Doesburg, su tutti. E che poi assume presenza nella corporeità globale dell’opera che si squaderna e si apre come una contrada. Di nuovo Heidegger (1969). L’opera d’arte
secondo Filippo Scimeca – stando a quanto esplicitano i suoi stessi enti – lasciando sorgere  ogni cosa in un inedito microcosmo spaziotemporale, quest'opera d'arte nella propria pausa o sospensione formale, questa metafora poetica, raccoglie, dilata, custodisce e crea spazio e tempo.

Milano, AA.BB.AA. di Brera, 2010-06-25

 

 

 

 

Nota bibliografica. Non v’è scrittura che non attinga ad altre scritture e perciò che non accumuli i suoi debiti. Quanto sopra detto si rifà, in ordine di apparizione nel testo, ora scopertamente, ora implicitamente o sottotraccia, a molti testi. Mi limiterò a menzionare soltanto, per i prelievi operati, le seguenti pubblicazioni: Filippo Scimeca. Il divenire del tempo, Palermo 1994; Filippo Scimeca. Forma-spazio-tempo, Mantova 2007; Martin Heidegger, Corpo e Spazio, a cura di H. Heidegger e F. Bolino, Recco (Ge) 2000; M. Heidegger,L’arte e lo spazio, introduzione di G. Vattimo, Recco (Ge) 2003.

 
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